Le modalità cromatiche di cui si serve Luciano Procaccini possono essere definite
psichedeliche. La sua pennellata, densa e trasbordante, si esprime al massimo delle potenzialità, quando, libera dal particolarismo, si sostanzia in larghe bande di colore: vere e proprie nicchie in cui lo sguardo dell'osservatore può riposarsi. L'architettura dell'opera, che potrebbe sembrare regolata dalla
casualità, è accuratamente studiata in modo che le gamme cromatiche calde (i vari gialli ocra, rossi e fucsia) coprano le zone più larghe, mentre le gamme cromatiche fredde (il turchese ed il celeste) svolgono la funzione di contornare e sagomare, con un tratto più sottile, quasi tagliente e mai regolare. Tra tutti i toni, il viola (a metà strada tra i colori caldi ed i freddi), rappresenta una sorta di
costante che corre attraverso tutta la composizione. Alle volte può fungere da fondo neutro sul quale galleggiano i fucsia, rossi e gialli; altre volte esso si intravede attraverso degli sprazzi lasciati liberi, facendo vibrare l'opera e animandola di un'energia profonda.
Le forme affiorano attraverso una fitta trama, ricordando, nella loro essenzialità, i tratti grafici di Paul Klee. Ma le figure infantili di Klee in Procaccini sono filtrate attraverso una griglia di riquadri irregolari. Questi segni che affiorano dalla regione remota della memoria inconscia, divengono visibili sulla tela manifestandosi in maniera
sotterranea. Ugualmente in Procaccini i segni ancestrali prelevati dal magma indistinto dell'inconscio, si palesano in un reticolatodi tasselli e di bande rettangolari a cui spetta il compito di filtrare e razionalizzare l'intera rappresentazione.
Daniela Castronuovo